MONSİEUR'DE ATATÜRK ANLATILDI
Aİtalya'nın Monsieur dergisi Atatürkü kapak konusu yaparak kültürel atılımlarla Türkiyeyi getirdiği yenilileri ve modern yaşamı anlattı.

31 Ocak 2010 Pazar 10:00
ADNAN MORDENİZ- TÜRKİYE TURİZM
ROMA- İtalya"nın önemli sosyal dergilerinden Monsieur'un yazarı Franz Botre "Kültür nefretin üstesinden gelir" başlıklı yazıyla Atatürk"ü kapak konusu yaparak kültürel atılımlarla Türkiye"yi getirdiği yenilikleri, modern yaşamı ve kültürün gücüyle toplumu birleştirdiğini anlattı.
Atatürk"ün Türkiye"de zor dönemde nefret ve kaos ortamından uzaklaştırmak için her sahada kültürel faaliyetlerde bulunduğu, getirdiği yeniliklerle, kültürel devrimlerle toplumunun birbirine kaynaşmasını sağladığını yazdı.
Dergi, Türkiye"yi o dönemde kökleri olmadan yaşayamaz duruma düşen bir ağaca benzeterek Atatürk"ün bu ağacın köklerine ektiği kültür tohumları ile yeni, modern ve ileriye bakan çağdaş bir Türkiye ortaya koyduğunu belirtti.
Franz Botre yazısında, Pier Ferdinando Casini veya Massimo D'Alema"nın sözlerinden bahsedilerek toplumların geçmişlerinin denin köklerinden ve kültürel birikiminden beslendiğini anlattı. Türkiye"nin de kökleri olmadan yaşayamaz bir durum iken Atatürk ile güçlendiğini yazarken, devrinde yaşayan Churchill, Roosevelt, Musolini gibi bir çok lidere devrimleriyle örnek olduğunu belirtti.
Yazar Türkiye ziyaretinden, özellikle İstanbul"dan çok etkilendiğini belirterek Türklerin Atatürk"ün izinden giderek kültüre verdikleri önemi vurguladı. İstanbul ziyaretinden çok etkilenen yazar, İstanbul"da kilise çanları ve minarelerden müezzinlerin okuduğu ezan seslerinin bu kentin kültür birikimini ortaya koyan en önemli işaretlerden biri olduğunu yazdı.
Monsieur, dergisinde yer alan yazı şöyle
Una completamancanza di consapevolezza della propria appartenenza storica, sociale e culturale.
Un tempo davamo l"impressione, o fingevamo,di sentirci uniti in occasione dei campionati mondiali di calcio o di altri eventi sportivi, ma oggi anche quella forma di «patriottismo fugace» è in via di estinzione.
Volete sapere qual è la realtà? La maggioranza degli italiani non voleva
affatto il Risorgimento e tantomeno l"Unità d"Italia: a questo proposito
condivido il pensiero di Indro Montanelli.Analizzando la storia e le sue
ripercussioni, avrei scelto di rimanere con Francesco Giuseppe I d"Austria e con il suo impero austro-ungarico. Sì, più passa il tempo e più riscopro in me i valori di quella corrente culturale che da Milano andava a Verona, a Venezia e poi su, verso Vienna, per poi volare a Budapest e viceversa: un filo del pensiero mitteleuropeo.
Ma la storia non si può cambiare, va letta, rispettata.
E quindi sono fiero di essere italiano.Rimpiangere il passato idealizzandolo è il segno di un disagio che si ha nel vivere il presente, è l"atteggiamento di chi indulge a nostalgie socio-politiche.È responsabilità morale di tutti imparare a conoscere, ad amare e apprezzare il nostro Paese per riscoprire un sano patriottismo facendo tesoro degli errori commessi: senza passato, non c"è futuro!
Ecco perché non mi stupisco dei problemi che continua a trovare il nostro Paese nel riconoscere il reale valore del made in Italy. Colpa della mancanza dell"amor di patria, del mancato rispetto dell"etica, del dio denaro che comanda alla faccia di tutto e di tutti, dove vige ancora la sottocultura dell"inciucio, della bustarella, del compenso con o senza fattura, in barba ai veri valori che dovrebbero essere espressi da una sana società.
Sono passati cinque anni dalla pubblicazione del primo specialeMade in Italy, ho realizzato più di 800 pagine sgolandomi nel ribadire i concetti del vero made in Italy, ma ben poco è cambiato.
Manca la volontà culturale di cambiare, al di là del buon Zaia, di Simonetti, diTronconi e dei tanti imprenditori che seguono e professano come una religione questo impegno,molti altri se ne infischiano e continuano a delocalizzare e investire in altri Paesi, spesso con i nostri soldi. Scandaloso! Complici quei giornali consenzienti che intenzionalmente raccontanomenzogne, di lettori che come pecore seguono belando le loro finte storie, la loro pubblicità e poi vanno ad acquistare alla fiera deiminchioni
di tutto e di più con incauta ignoranza, senza zucca ma con tante fette
di salame di Felino (rigorosamente californiano) sugli occhi.
Ma è possibile che nemmeno questo periodo, duro per tutti, sia riuscito
a far aprire gli occhi? Non voglio sembrareDon Chisciotte dellaMancia,
ma di una cosa sono fiero e felice: non homai dato soldi ai furbetti del quartierino Italia, lascio a loro i loro successi, le loro copertine, i loro denari. Sarà perché mi sento profondamente un artigiano italiano, sarà perché ho voluto la mia piccola casa editrice come una sartoria che pensa, disegna e crea con passione esattamente come accade nei mestieri d"arte.Ma non indietreggio, giorno dopo giorno: con onestà e coerenza faccio la mia battaglia in difesa del mio Paese al motto «Boia chi molla».
Madame de Staël aveva pienamente ragione, quando affermava che «Gli italiani sono molto più importanti per ciò che erano e per ciò che potrebbero essere rispetto a ciò che sono».
La cultura vince l"odio».Mai come in questi momenti sostengo questa affermazione, che non è ispirata dalle frasi o alle parole di Pier Ferdinando Casini o diMassimoD"Alemama, come sempre, arriva dal profondo,dalla storia, da quelle radici che nutrono il nostro albero della vita.Senza radici non si può vivere: un concetto semplice che ho ritrovato rileggendo con molta attenzione, un anno fa, la storia diMustafa Atatürk, Il Kemal.Ero in viaggio in Turchia, a Istanbul; erano anni che non ci andavo e sono rimasto positivamente colpito dalla vita e dalla voglia di emancipazione di questa città,di questa nazione, una voglia
che avverti ogni volta che al suono delle campane delle chiese cristiane si contrappone il richiamo deimuezzin, che cogli chiaramente nei volti e negli sguardi delle persone che ti riconoscono e ti dicono «sei italiano!» e che hanno una vogliamatta di dialogare,di confrontarsi ogni qualvolta ti rivolgono la parola. Che si tratti di uno studente,di un negoziante,di uno chef o di un pescatore: non c"è differenza. Basta guardarli negli occhi per comprendere la loro voglia di assorbire cultura e nuove idee, come fossero «spugne» assetate di conoscenza.
Perché Istanbul rappresenta le radici filosofiche della famiglia europea allargata. Capisco che laTurchia potrà portare in dote alla comunità europea l"eredità multietnica degli Ottomani perché i valori in cui crediamo noi sono gli stessi in cui crede lo Stato turco figlio di Atatürk,musulmano e allo stesso tempo laico senza se e senza ma.Ecco perché sono convinto del fatto che l"Europa debba integrare in sé la differenza turca per valorizzare ed esaltare il sogno europeo di vera unione universale, per difendersi finalmente dall"americanizzazione. Il tutto è partito dalla coerenza di Atatürk, un pioniere, un profeta della religione del dovere: nel 1934 diede alle donne il diritto di votare e di farsi eleggere e, contemporaneamente, abolì l"alfabeto arabo per sostituirlo con quello latino. Impose la domenica come giorno festivo e chiuse la porta in faccia alla cultura persiana per spalancarla alla letteratura europea.
In lui ho ritrovato qualità parallele almiomodo di intendere la vita:
i valori, un profondo senso del dovere, la determinazione unita a un grande senso di responsabilità.Una visione delmondo intelligente, attuale, moderna, condensata in una frase che ancora oggi è un monito e un consiglio per tutti i Paesi, le famiglie, le aziende: «Il modo più sicuro per perdere l"indipendenza è spendere il denaro che non si possiede». Un"eleganza interiore, quella di Atatürk, alla quale corrispondeva un senso estetico figlio anch"esso dell"etica: sfoggiava abiti elegantissimi che dimostravano la sua grande conoscenza della cultura artigianale della sartoria occidentale, a partire dai cappelli per arrivare alle scarpe. Ossessionato a tutti i costi dal voler essere un esempio globale,non per caso era rispettato e ammirato da Churchill e da Roosevelt così come da Stalin e da Mussolini. Atatürk creò le basi per lo sviluppo di una societàmoderna e democratica,non solo turca,ma europea. Da un valore riscoperto a un altro che, purtroppo, a noi sfugge, quello dell"appartenenza a una patria. L"ignoranza della propria storia e cultura porta ad atteggiamenti disinvolti emenefreghistici nei confronti di tante leggi, a uno scarso rispetto per l"ambiente e a una completa sfiducia nelle istituzioni. A tal punto da divenire aggressivi in modo esagerato e gratuito: isterici, volgari, malandrini, faziosi nell"affrontare i problemi politici e sociali. Ci comportiamo come struzzi: stiamo sempre più diventando una banda dimaleducati qualunquisti.
ROMA- İtalya"nın önemli sosyal dergilerinden Monsieur'un yazarı Franz Botre "Kültür nefretin üstesinden gelir" başlıklı yazıyla Atatürk"ü kapak konusu yaparak kültürel atılımlarla Türkiye"yi getirdiği yenilikleri, modern yaşamı ve kültürün gücüyle toplumu birleştirdiğini anlattı.
Atatürk"ün Türkiye"de zor dönemde nefret ve kaos ortamından uzaklaştırmak için her sahada kültürel faaliyetlerde bulunduğu, getirdiği yeniliklerle, kültürel devrimlerle toplumunun birbirine kaynaşmasını sağladığını yazdı.
Dergi, Türkiye"yi o dönemde kökleri olmadan yaşayamaz duruma düşen bir ağaca benzeterek Atatürk"ün bu ağacın köklerine ektiği kültür tohumları ile yeni, modern ve ileriye bakan çağdaş bir Türkiye ortaya koyduğunu belirtti.
Franz Botre yazısında, Pier Ferdinando Casini veya Massimo D'Alema"nın sözlerinden bahsedilerek toplumların geçmişlerinin denin köklerinden ve kültürel birikiminden beslendiğini anlattı. Türkiye"nin de kökleri olmadan yaşayamaz bir durum iken Atatürk ile güçlendiğini yazarken, devrinde yaşayan Churchill, Roosevelt, Musolini gibi bir çok lidere devrimleriyle örnek olduğunu belirtti.
Yazar Türkiye ziyaretinden, özellikle İstanbul"dan çok etkilendiğini belirterek Türklerin Atatürk"ün izinden giderek kültüre verdikleri önemi vurguladı. İstanbul ziyaretinden çok etkilenen yazar, İstanbul"da kilise çanları ve minarelerden müezzinlerin okuduğu ezan seslerinin bu kentin kültür birikimini ortaya koyan en önemli işaretlerden biri olduğunu yazdı.
Monsieur, dergisinde yer alan yazı şöyle
Una completamancanza di consapevolezza della propria appartenenza storica, sociale e culturale.
Un tempo davamo l"impressione, o fingevamo,di sentirci uniti in occasione dei campionati mondiali di calcio o di altri eventi sportivi, ma oggi anche quella forma di «patriottismo fugace» è in via di estinzione.
Volete sapere qual è la realtà? La maggioranza degli italiani non voleva
affatto il Risorgimento e tantomeno l"Unità d"Italia: a questo proposito
condivido il pensiero di Indro Montanelli.Analizzando la storia e le sue
ripercussioni, avrei scelto di rimanere con Francesco Giuseppe I d"Austria e con il suo impero austro-ungarico. Sì, più passa il tempo e più riscopro in me i valori di quella corrente culturale che da Milano andava a Verona, a Venezia e poi su, verso Vienna, per poi volare a Budapest e viceversa: un filo del pensiero mitteleuropeo.
Ma la storia non si può cambiare, va letta, rispettata.
E quindi sono fiero di essere italiano.Rimpiangere il passato idealizzandolo è il segno di un disagio che si ha nel vivere il presente, è l"atteggiamento di chi indulge a nostalgie socio-politiche.È responsabilità morale di tutti imparare a conoscere, ad amare e apprezzare il nostro Paese per riscoprire un sano patriottismo facendo tesoro degli errori commessi: senza passato, non c"è futuro!
Ecco perché non mi stupisco dei problemi che continua a trovare il nostro Paese nel riconoscere il reale valore del made in Italy. Colpa della mancanza dell"amor di patria, del mancato rispetto dell"etica, del dio denaro che comanda alla faccia di tutto e di tutti, dove vige ancora la sottocultura dell"inciucio, della bustarella, del compenso con o senza fattura, in barba ai veri valori che dovrebbero essere espressi da una sana società.
Sono passati cinque anni dalla pubblicazione del primo specialeMade in Italy, ho realizzato più di 800 pagine sgolandomi nel ribadire i concetti del vero made in Italy, ma ben poco è cambiato.
Manca la volontà culturale di cambiare, al di là del buon Zaia, di Simonetti, diTronconi e dei tanti imprenditori che seguono e professano come una religione questo impegno,molti altri se ne infischiano e continuano a delocalizzare e investire in altri Paesi, spesso con i nostri soldi. Scandaloso! Complici quei giornali consenzienti che intenzionalmente raccontanomenzogne, di lettori che come pecore seguono belando le loro finte storie, la loro pubblicità e poi vanno ad acquistare alla fiera deiminchioni
di tutto e di più con incauta ignoranza, senza zucca ma con tante fette
di salame di Felino (rigorosamente californiano) sugli occhi.
Ma è possibile che nemmeno questo periodo, duro per tutti, sia riuscito
a far aprire gli occhi? Non voglio sembrareDon Chisciotte dellaMancia,
ma di una cosa sono fiero e felice: non homai dato soldi ai furbetti del quartierino Italia, lascio a loro i loro successi, le loro copertine, i loro denari. Sarà perché mi sento profondamente un artigiano italiano, sarà perché ho voluto la mia piccola casa editrice come una sartoria che pensa, disegna e crea con passione esattamente come accade nei mestieri d"arte.Ma non indietreggio, giorno dopo giorno: con onestà e coerenza faccio la mia battaglia in difesa del mio Paese al motto «Boia chi molla».
Madame de Staël aveva pienamente ragione, quando affermava che «Gli italiani sono molto più importanti per ciò che erano e per ciò che potrebbero essere rispetto a ciò che sono».
La cultura vince l"odio».Mai come in questi momenti sostengo questa affermazione, che non è ispirata dalle frasi o alle parole di Pier Ferdinando Casini o diMassimoD"Alemama, come sempre, arriva dal profondo,dalla storia, da quelle radici che nutrono il nostro albero della vita.Senza radici non si può vivere: un concetto semplice che ho ritrovato rileggendo con molta attenzione, un anno fa, la storia diMustafa Atatürk, Il Kemal.Ero in viaggio in Turchia, a Istanbul; erano anni che non ci andavo e sono rimasto positivamente colpito dalla vita e dalla voglia di emancipazione di questa città,di questa nazione, una voglia
che avverti ogni volta che al suono delle campane delle chiese cristiane si contrappone il richiamo deimuezzin, che cogli chiaramente nei volti e negli sguardi delle persone che ti riconoscono e ti dicono «sei italiano!» e che hanno una vogliamatta di dialogare,di confrontarsi ogni qualvolta ti rivolgono la parola. Che si tratti di uno studente,di un negoziante,di uno chef o di un pescatore: non c"è differenza. Basta guardarli negli occhi per comprendere la loro voglia di assorbire cultura e nuove idee, come fossero «spugne» assetate di conoscenza.
Perché Istanbul rappresenta le radici filosofiche della famiglia europea allargata. Capisco che laTurchia potrà portare in dote alla comunità europea l"eredità multietnica degli Ottomani perché i valori in cui crediamo noi sono gli stessi in cui crede lo Stato turco figlio di Atatürk,musulmano e allo stesso tempo laico senza se e senza ma.Ecco perché sono convinto del fatto che l"Europa debba integrare in sé la differenza turca per valorizzare ed esaltare il sogno europeo di vera unione universale, per difendersi finalmente dall"americanizzazione. Il tutto è partito dalla coerenza di Atatürk, un pioniere, un profeta della religione del dovere: nel 1934 diede alle donne il diritto di votare e di farsi eleggere e, contemporaneamente, abolì l"alfabeto arabo per sostituirlo con quello latino. Impose la domenica come giorno festivo e chiuse la porta in faccia alla cultura persiana per spalancarla alla letteratura europea.
In lui ho ritrovato qualità parallele almiomodo di intendere la vita:
i valori, un profondo senso del dovere, la determinazione unita a un grande senso di responsabilità.Una visione delmondo intelligente, attuale, moderna, condensata in una frase che ancora oggi è un monito e un consiglio per tutti i Paesi, le famiglie, le aziende: «Il modo più sicuro per perdere l"indipendenza è spendere il denaro che non si possiede». Un"eleganza interiore, quella di Atatürk, alla quale corrispondeva un senso estetico figlio anch"esso dell"etica: sfoggiava abiti elegantissimi che dimostravano la sua grande conoscenza della cultura artigianale della sartoria occidentale, a partire dai cappelli per arrivare alle scarpe. Ossessionato a tutti i costi dal voler essere un esempio globale,non per caso era rispettato e ammirato da Churchill e da Roosevelt così come da Stalin e da Mussolini. Atatürk creò le basi per lo sviluppo di una societàmoderna e democratica,non solo turca,ma europea. Da un valore riscoperto a un altro che, purtroppo, a noi sfugge, quello dell"appartenenza a una patria. L"ignoranza della propria storia e cultura porta ad atteggiamenti disinvolti emenefreghistici nei confronti di tante leggi, a uno scarso rispetto per l"ambiente e a una completa sfiducia nelle istituzioni. A tal punto da divenire aggressivi in modo esagerato e gratuito: isterici, volgari, malandrini, faziosi nell"affrontare i problemi politici e sociali. Ci comportiamo come struzzi: stiamo sempre più diventando una banda dimaleducati qualunquisti.
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